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Forks Plus

Words: Robin Sara Stauder

About

Kelsey Fairhurst è designer, creative director e fondatrice di Forks Plus, il brand di posate a cui è impossibile non far caso. La sua pratica nasce da un’attenzione quotidiana agli oggetti d’uso e dal desiderio di riportarli al centro di una pratica condivisa. Partendo da strumenti accessibili e da un approccio intuitivo ai materiali, Kelsey rilegge un oggetto altamente codificato come la posata per esplorarne i limiti formali e funzionali. Le sue creazioni si collocano al confine tra il brutalismo morbido degli anni Settanta e un immaginario da bistrot, combinando forme, colori e proporzioni in una costante tensione tra familiarità e straniamento. Al centro del suo lavoro c’è una visione relazionale della produzione: un sistema lento e consapevole, in cui il gesto umano, il dialogo e l’errore diventano parte integrante del progetto stesso. Per Kelsey, anche un atto semplice come mangiare può trasformarsi in un rituale simbolico, capace di ridefinire il nostro rapporto con gli oggetti che ci accompagnano ogni giorno e reincantare il nostro sguardo sul quotidiano.

SO

Come nasce Forks Plus? È stato un gesto intuitivo, una necessità pratica o il risultato di una riflessione più ampia sul fare oggetti oggi?

FP

Forks Plus è nato in modo piuttosto intuitivo. Nel 2019, il mio compagno stava conseguendo un MFA a New Haven, nel Connecticut, e io viaggiavo da Brooklyn a weekend alterni per andarlo a trovare. Mentre lui studiava, mi sono iscritta a un laboratorio locale e ho imparato a usare la taglierina laser. Ho creato una forchetta da usare durante il tragitto e me ne sono immediatamente innamorata. Così, ho iniziato a termoformare posate in acrilico, fino ad arrivare a lavorare con l’acciaio inox. Da lì ho cominciato a capire come produrre posate su piccola scala utilizzando strumenti accessibili.

SO

Trovo curioso che la parola flatware (“posate”) contenga al suo interno il termine flat (“piatto”, “piano”). Sembra quasi anticipare un certo immaginario formale. Cosa ti ha spinto verso questa scelta progettuale?

FP

Sono originaria dell’Ohio e ci torno regolarmente da oltre dieci anni. L’Ohio ha negozi di vintage e antiquariato incredibili e, col tempo, ho iniziato a costruire una collezione di pezzi mid-century e contemporanei. Questa collezione è stata di grande ispirazione per il mio lavoro e mi ha aiutato a capire cosa mi interessava prima ancora di avere le parole per dirlo. Ero attratta dalle posate brutaliste a linee morbide degli anni Settanta (come le Avant Garde di Villeroy & Boch, le Mono Clip di Peter Raacke, le Minimal Cutlery di David Mellor) e finivo per notare posate in stile bistrot praticamente in ogni negozio di antiquariato in cui entravo. Le posate che realizzo oggi si collocano tra questi due mondi. Ho preso il colore e i rivetti dalle posate da bistrot e ne ho esagerato la scala. A questo, ho affiancato le forme morbide e appiattite del brutalismo anni Settanta. È proprio questa tensione tra formale e familiare che mi entusiasma. Sono le posate che ho sempre desiderato usare.

SO

Le posate sono oggetti estremamente codificati, che sembrano poter esistere in un unico modo. Cosa significa, per te, ripensare un prodotto di questo tipo? 

FP

Al di fuori di Forks Plus, sono una graphic designer e creative director, professioni che hanno molto a che fare con i vincoli. Per me le posate funzionano in modo analogo. Una forchetta deve comunque infilzare, un cucchiaio deve raccogliere e un coltello deve tagliare. Tutto il resto è terreno di sperimentazione – scala, materiale, finitura, colore, proporzioni, ecc. Rimane comunque moltissimo su cui lavorare. Troppe possibilità mi paralizzano. Lavorare entro dei parametri mi aiuta a prendere decisioni più velocemente e a mantenere il processo in movimento.

SO

Forks Plus si posiziona esplicitamente fuori dalla produzione di massa. Cosa comporta questa scelta a livello produttivo, culturale e politico?

FP

La produzione di Forks Plus è divisa tra il mio studio a Brooklyn e alcuni produttori locali. Questo assetto ibrido mi dà molto controllo, ma limita anche la scala. Oltre a realizzare le posate, mi occupo della vendita all’ingrosso, della direzione creativa, del sito web, del packaging, della logistica, ecc. Lavorare al di fuori della produzione di massa significa muoversi più lentamente e farsi carico di più aspetti in prima persona. Sto iniziando a esplorare modelli di produzione alternativi che permettano al brand di crescere, restando però connesso al modo in cui le posate vengono effettivamente realizzate. Per me la posta in gioco politica e culturale sta nel resistere all’anonimato della produzione di massa. Gli oggetti prodotti in quel modo sembrano scollegati dalle persone che li realizzano. Mi interessa un modello relazionale di produzione. Voglio poter visitare la fabbrica, conoscere le persone con cui lavoro, discutere dei problemi e risolverli insieme. Voglio preservare il più possibile questa connessione umana, anche quando il brand crescerà.

SO

Per chi sono pensate le vostre posate? Pensi che esista un “utente ideale” o che siano gli oggetti stessi a trovare, nel tempo, chi li userà?

FP

Decisamente la seconda. Non sono per tutti, e va bene così. Mi piace l’idea che le posate trovino il loro pubblico in modo organico. Tendenzialmente sono persone che hanno a cuore la forma, il materiale e il colore.

SO

Parli spesso di tentativi, errori e processi non lineari. In che modo la componente umana connota un progetto di questo tipo? 

FP

All’inizio, quando stavo ancora cercando di capire molte cose, mi sono affidata a ingegneri e macchinisti incontrati lungo il percorso per mettere insieme le informazioni. Ho sviluppato un rapporto molto stretto con l’azienda che ha costruito il mio trapano CNC, Servo Products a Cleveland, Ohio. Questa tipologia di mentorship è stata fondamentale per il mio lavoro. Hanno capito cosa stavo cercando di fare, ne hanno percepito l’energia e mi hanno voluto aiutare. Dopo ogni visita avevo la sensazione di aver imparato in un pomeriggio più di quanto avrei potuto in un anno. Non c’è niente di più umano di così. Non ogni passo che ho fatto è stato produttivo. Non ogni esperimento ha portato direttamente a un risultato, ma non puoi mai saperlo prima di provarci. Devi semplicemente iniziare a fare tentativi e vedere cosa funziona. È tutto iterativo. Imparare dagli altri, testare le idee e correggere la rotta è ciò che dà forma al mio lavoro.

SO

Che cos’è, per te, la bellezza? È qualcosa che risiede nella forma o nel processo che la genera?

FP

Certo, la forma finale conta, ma è anche noiosa. Il processo non ha regole né aspettative. Se qualcosa fallisce, fa comunque parte del percorso. Nel processo non esiste la perfezione, e quella libertà è ciò che per me è davvero bello.

SO

Come immagini il futuro di Forks Plus? Quali altri oggetti ti piacerebbe disegnare?

FP

Mi piacerebbe continuare a far crescere Forks Plus lentamente e con intenzione, senza perdere il legame con il fare. Mi interessa sviluppare ulteriormente gli utensili esistenti, esplorandone la scala e i materiali. Non mi interessa tanto costruire un brand di lifestyle, quanto sviluppare un sistema di utensili coerente, mirato e ben fatto.

Immagini
Sophia Aerts — @sophiaaerts
Gregory Wikstrom — @gre.gor.y