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Nicolò Spinelli

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About

Nicolò Spinelli (Monza, 1985) è architetto e designer. Dopo la laurea al Politecnico di Milano e un master in Museografia e Archeologia a Roma, nel 2014 fonda il suo atelier a Monza. La sua ricerca indaga i confini tra architettura e design, in dialogo con la tradizione artigianale del territorio. I suoi lavori, concepiti come micro-architetture, combinano rigore costruttivo e tensione poetica. Riduzione, proporzione ed equilibrio – ereditati dai grandi filosofi greci – sono i principi che guidano la sua pratica. Per Spinelli, abitare non significa riempire, ma fare spazio all’essenza stessa del luogo – dando forma alla sua naturale bellezza.

SO

La tua pratica deriva da una formazione architettonica, ma si spinge oltre la funzione per includere suggestioni poetiche e spirituali. Cosa significa per te abitare uno spazio?

NS

Abitare uno spazio significa trovarsi in sintonia con esso. Da progettista, so che ciò che faccio ha il potere di condizionare l’umore con cui le persone si svegliano al mattino e quello con cui vanno a letto la sera. In questo senso, l’architetto ha una grandissima responsabilità in termini umanistici.

SO

I tuoi lavori sembrano offrirsi come riparo in un’epoca dominata da rumore e velocità. Che valore hanno, per te, il silenzio e la lentezza? 

NS

Li cerco sempre, sia nel lavoro che nella vita. Dedicarsi a qualcosa significa darle il giusto tempo. Oggi il tempo è la risorsa più importante, ma anche la più difficile da gestire. I miei spazi sono lenti perché c’è bisogno di rallentare. Questa lentezza si traduce in architettura e diventa il filo che guida naturalmente il mio lavoro. 

SO

"Architettoniche Allusioni" è il nome di una delle tue collezioni più note, ma anche una perfetta sintesi concettuale della tua pratica. Dagli oggetti di collectible design agli arredi, dagli interni agli spazi, sembra che tutto inviti alla contemplazione. Qual è il segreto che accomuna le tue creazioni? 

NS

Una ricerca continua sull’ordine e sulla composizione. Louis Kahn sosteneva che, per raggiungere la monumentalità, un’architettura dovesse conservare un proprio ordine intrinseco. Le Allusioni sono esercizi di composizione architettonica, che ricercano, in serie, l’equilibrio tra le proporzioni.


C’è poi la questione dei dettagli, che sono sempre giustificati da un principio costruttivo. In ciascun progetto, mi diverto a dar loro un simbolismo preciso – legato al cliente o a me stesso. È lì che cerco la poesia, anche in progetti che potrebbero farne a meno. Nel dettaglio emerge il senso della collaborazione tra progettista ed esecutore, ed è senz’altro uno dei significati che attraversa tutti i miei pezzi. 

SO

Nei tuoi progetti si percepisce un equilibrio sottile tra leggerezza e radicamento, tra pensiero e materia. Come coltivi questa tensione? 

NS

Con un approccio di sottrazione. Solo così la materia si esprime per ciò che è. Spesso, quando si pensa al lusso, lo si associa all’accumulo di ornamenti. Per me è il contrario. La riduzione permette di arrivare all’apice dell’esplorazione del materiale. 

Lina Bo Bardi invitava i giovani a perseguire la semplificazione, sia in termini pragmatici che formali. È un approccio che tendo a seguire. Questo non significa rimanere sterili, ma ottenere un messaggio più chiaro. 

SO

Il tuo lavoro evoca un’idea di tempo sospeso, quasi metafisico. Che rapporto hai con la memoria e con ciò che resiste?

NS

È un aspetto molto importante per me, anche se so di non averne il pieno controllo. Ogni volta che disegno qualcosa mi chiedo se sia adatto al presente – se sia alla moda. Allo stesso tempo, rifletto su come quel prodotto invecchia. Per una questione etica, penso che i progetti debbano durare il più possibile.

Il legame con la memoria è inevitabile. Per arrivare a una sintesi serve un’analisi, che deriva a sua volta da una ricerca. Siamo la somma di tutto ciò che abbiamo visto, letto, ascoltato, e molto di questo appartiene al passato. In questo senso, anche la narrazione è fondamentale. Se una cosa è narrabile è vincente, perché conserva il proprio principio sintetico. 

SO

In un panorama visivo saturo di stimoli, che significato assume per te la bellezza?

NS

Per me la bellezza si trova in ciò che dura. Mi impegno affinché ciò che disegno possa resistere nel tempo. In realtà al Politecnico non si usa la parola “bellezza”. La forma nasce da sola: la bellezza è ciò che scaturisce naturalmente da un progetto ben pensato. Ma è importante che non ne diventi l’unico scopo.

Esiste però una bellezza universale, che è quella della natura e dei suoi paesaggi. La natura è la miglior progettista di bellezza. Colpisce tutti, senza richiedere sforzi di comprensione. Ma come si ricrea quella sensazione?

SO

Se dovessi immaginare uno spazio ideale – reale o interiore – per accogliere i tuoi oggetti, come sarebbe?

NS

Il più naturale possibile. Aristotele definisce il concetto di “seconda natura”, uno stato di equilibrio che si raggiunge perseguendo le virtù etiche, possibile anche per gli artifici umani. Una sorta di “eudaimonia” – ovvero una sintesi perfetta tra tutte le parti, così compiuta da apparire naturale. Ecco, il mio spazio ideale dovrebbe avere queste caratteristiche. Probabilmente dovrebbe piacere ad Aristotele. Ma qui mi fermo, perché potrei parlarne per ore.